| Nadia Sponzilli *Precaria...mente!* |
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| Written by alba | |||
| Thursday, 18 August 2011 15:10 | |||
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Chi conduce e chi è condotto? Una domanda pedante che non ha bisogno di una risposta, non ora, momento di meravigliose ed atroci sperimentazioni. Perdersi nella danza,la mente che danza il corpo,che si fa corpo appagata dal nostro appagamento e poi lo struggimento della fine dell’appagamento. Così se il corpo è Tempo la mente è assenza di Tempo, se nel corpo vediamo il Tempo manifesto nella mente sperimentiamo la libertà suprema del poi, del prima e dell’ora nel medesimo istante, voliamo nelle infinite storie della mente senza ordine e cronologia o senza il dovere dell’ordine e della cronologia. Come posso non onorare la mente per questo suo spirito di servizio incondizionato? Lei mi porta in ogni luogo conosciuto immaginato, desiderato, unico dettaglio fatale e misterioso è l’immaginare di vivere, rispetto al vivere, il film rispetto alla vita. Immaginare non è ancora desiderare, non tutto ciò che immagino mi piacerebbe viverlo, non tutto ciò che immagino ho il coraggio di viverlo, così lascio che la mia mente sia il serbatoio fantastico, il mio genio della lampada che senza ritrosie mi da’ tutte le volte che chiedo. Il là fantastico dove tutto è possibile si frantuma nel qui, forse reale, dove, ora più che mai nulla è possibile. Così la mente crea, il corpo langue ed il cuore si ritira in attesa di tempi migliori. Non mi resta ora che sperimentare il vivere vivendo, cercando e cercando in quel che so un barlume di ‘nuovità’ e la sofferenza maggiore deriva dal fatto che questo sperimentare vorrebbe essere primitivo forse primordiale ed invece ancora si porta un carico di sono stato, ho fatto, ho conosciuto: una carta d’identità sdrulcita che neppure il nastro adesivo tiene più insieme. Se aprire un varco nel Tempo parrebbe l’unica soluzione per entrare in una parentesi di sospensione, allora mi convinco che sospendere non può esistere, sospendere è un’azione, fermare è un‘azione, l’attesa non può che sostanziarsi nella fine dell’attesa. E allora vado là nell’amica-mente e schiaccio il pulsante “tutto può essere”. Caparbia provo ancora a portare nel corpo quel “tutto può essere” e allora mi scompongo, scompongo il mio puzzle esistenziale provando ad infilare le tesserine in maniera diversa, bizzarra anomala, già, ma poi devo fare i conti con la sofferenza, mi addolora non trovare il mio posto, mi addolora non combaciare con quella sfumatura così rassicurante, mi addolora stare incastrata in luogo stretto, sbilenco, forzato, e al colmo del grottesco mi addolora addolorarmi. E illuminazione suprema, mi addolora non avere più parole vere per descrivere questo disagio, questa discrepanza avanzante tra il sentire e l’esprimere. Sono qui circondata da parole, un mare, un oceano di parole che come ondine gentili o come cavalloni formidabili cercano di ghermirmi:”usami,usami, fammi tua” sussurrano o urlano insistenti,seducenti, ed io tentata ne prendo qualcuna la guardo soppesandola, poggiandola all’orecchio perchè mi riveli il suo suono antico...nulla, silenzio, solo io e nulla in mano. Comprendo perchè non mi emozionano più parole come, presenza, esserci, fluire,vivere,amare,parole ora vuote che scivolano su me senza più suono senza più possibilità di comprensione. Così sto orfana circondata da cocci, cocci preziosi, meravigliosi ma talmente rovinosamente piccini e consunti da non poter più essere ricomposti. Io seduta in un mare di cocci senza più parole vere solo la solitudine del” dopo il disastro” Perchè sarò sopravvissuta? Da che parte si ricomincia? Cuore, Corpo , Mente statemi vicini da qualche parte si ricomincia, rimbocchiamoci le maniche. Precariamente, precariocorpo, precariocuore, mi sento cantare.
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