| Nadia Sponzilli *Mi sento figlia di questa terra* |
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| Written by alba | |||
| Wednesday, 13 July 2011 16:47 | |||
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L’incertezza di nascere, l’insicurezza a vivere , il dolore di non riconoscersi che diventa l’humus per un rigoglio non giustificabile agli occhi di chi semplicemente guarda e anche il marcio diventa muffa di coltura, ciò che è stato si decompone in onore e gloria di ciò che è. Guardare che diventa verbo transitivo: il processo del guardare che porta dal guardare al vedere, dal sentire al comprendere. Così mi sento, perchè finalmente sento me e mi individuo e mi svelo in questo sentirmi che è pure sperimentarmi, come se tutto, proprio tutto, gesti,azioni, opere fossero, fossero ora per la prima volta. Si sostanziano gli aneliti al ritmo della passione e se ancora non c’è pienezza nella realizzazione del desiderato pure c’è il varco gioioso che si va aprendo, come amante disponibile ad essere penetrata dalla vita. Nulla di nuovo eppure tutto nuovo a cacciare gli echi di un” mi ricordo come si fa”, che diventa chiave per scoprire un altromodo di fare sempre la stessa cosa ma pure un’altra cosa, più vera, più alta. Possiamo riconoscere come nostro questo nuovo modo di fare? Possiamo amarlo come l’evoluzione di un noi caparbio che da vite e vite e vite si certa senza soste? Tutto è nelle mie mani, tutto è personale con la responsabilità che m’invento con un nuovo alfabeto che è diverso e sconosciuto perchè solo mio, scoperto con amore di madre-padre che lascia al figlio l’autonomia generosa per dispiegarsi. Il mio modo di essere, il mio modo di esistere, il mio modo di fare o non fare diventa essere nella scelta, sentire la scelta e a volte ,vivaddio, sentire di rinunciare alla scelta: un’azione- gesto-parola che leva come un no questo non è mio, non è più mio,non è ancora mio. Scopro che il Tutto non mi parla perchè ha la mia bocca, i miei occhi, le mie orecchie, sono parte del Tutto, un io-Tutto e pure un io piccola porzione del Tutto. Siamo frammentati e parziali ma bellezza e splendore sono pure lì in quella frammentazione in attesa che posiamo lo sguardo illuminando e amplificando il tassello del Tutto, onorandolo e ringraziandolo di comporre la grande sagoma del nostro proprio Tutto. Inseguirò ancora chi parla del suo Tutto, innamorandomi e desiderandolo per me come se non ci fosse possibilità alcuna di variare di disegualizzare sè dall’altro, amato o odiato? Copierò parole, respiri e movenze fingendo di riconoscermi di divenire reale al loro canto? Continuerò a negare la verità e la potenza della mia disegualianza? Quando acclamerò il mio io- Tutto come l’unico conoscitore possibile della realtà? Fino a quando tenterò di far combaciare le sagome negando l’amore alla mia autonomia? La gioia è il solo carburante per andare dal Tutto piccino all’Io Tutto, ma è gioia talmente sottile che va riconosciuta in ogni gesto, in ogni respiro come battito pulsante di un cuore nomade che c’è, sottende ad ogni azione che attende di essere agita. Cacciare il fastidio del fare diverso da ciò che è sicuro che ci procaccia consensi falsi come denaro fuori corso. La potenza dell’Io Tutto sta nel sangue e nel corpo, nella gioia del corpo terreno che non può essere quella di desiderare un’ascensione per sottrarsi alla Vita, al Tempo, all’Ora, a un qui ricco di contraddizioni che incantano e disincantano chi le sta a guardare . Sento il fruscio del sangue so che li c’è la vita, che circola e si rinnova al ritmo del Re-spiro. C’è un Re che soffia il soffio della vita in me , più lo percepisco più la vita si apre, oltre gli scenari, oltre le convenzioni, oltre l’usuale. Posso cantare d’essere grande, immensamente grande perchè occupo finalmente uno spazio immensamente grande nella mia vita nuova? Io sono il corpo, io sono il tempo, io sono la vita, io sono la gioia, sono metro e misura del mio vivere che crea sacche d’energia potenziale che vanno formando una via sicura tra presunzione e ritrosia e li posso anche permettermi d’aver paura di camminare, tanto non c’è null’altro da fare.
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